dallo stampatore – seconda parte

Una mattina di lunedì ho preso la metro per tornare dallo stampatore. Questa volta ero sola. Non ho potuto, così, ridere col Ferrara dell’agitazione che avevo. Senza risate, la paura cresceva. Che disagio sentivo! Per fortuna presto lo stampatore Massimo mi ha parlato. Ha sgombrato un tavolo e mi ha detto: stai qui. Poi ha preso un grande foglio pulito, lo ha steso sul piano del tavolo e ha aggiunto: metti qui le tue cose. E io mi sono sdilinquita, come ogni volta che qualcuno gentile fa un po’ di spazio per me e dice stai qui.

Così la paura è passata. Non sono stata poi ferma al tavolo: dovevo tutto vedere, a cominciare dalla macchine bellissime d’acciaio e smalto turchese.

Sembrava venire dallo spazio e aveva nomi scritti in un modo che mi piaceva.

E intanto l’aeroracconto continuava a stamparsi.
Massimo sapeva cosa usare.

 Le soluzioni chimiche.

E poi le vernici. Quella gialla. Quella rossa.

Quella blu. E sapeva come spalmarle sui rulli, e che effetto creava metterne di più.

Inseriva nei rulli le lastre. Prima di entrare erano tutte pulite. Uscivano poi colorate. E per tutta la stamperia stavano le lastre colorate del mio Aeroracconto.

Sapevo di vivere qualcosa che non si sarebbe più ripetuto. Ero insomma completamente dov’ero, o contemporanea a me stessa, secondo un’espressione dello scrittore Alan Pauls. Per non perdermi nulla andavo ovunque nella stamperia. Ad esempio salivo sulle macchine per guardare i fogli bianchi entrare nei rulli.

Vedendomi così in fibrillazione, lo stampatore Massimo si è preoccupato di questo fatto che io andassi ovunque nella stamperia. Temeva che come nei cartoni animati toccando la leva sbagliata gli facessi saltare tutto per aria. Bang! Ma pur che stavo in una grande eccitazione, non ho toccato la leva sbagliata. Non ho fatto nessun danno, e  i parametri della stampa sono rimasti costanti. Solo mi coprivo tutta di bianco, in quanto nelle stamperie c’è moltissima polvere bianca. Messa tra i fogli appena stampati, impedisce che questi, impilati, si trasmettano a vicenda il colore.

E questi fogli tutti protetti dalla polvere bianca e impilati venivano messi sui pallet e portati via.

E io a vedere i fogli sui pallet pronti per essere imballati e portati dal rilegatore ho sentito gioia, la cosiddetta gioia dei pallet. E dopo c’è stata la gioia della copertina. L’ho contenuta a fatica. E scusami ho il pudore di spiegare. Ma forse vedendo com’è, con la coppia da Supercinema che si guarda all’aeroporto, e la bambina che assiste allo spettacolo, immaginerai che emozione ho sentito.Ho esplorato tutta quella gioia, senza fuggire. Ci sono riuscita. Quindi anche nella gioia della copertina sono stata contemporanea a me stessa. Ma sarò forte abbastanza nella gioia successiva? Nella gioia dell’Aeroracconto rilegato? Sarò contemporanea a me stessa nella gioia delle cose portate a compimento? Non è certo. Ho poco tempo per dirti: il libro dell’Aeroracconto sta per uscire in libreria. Presto un’accelerazione improvvisa mi scaraventerà lontano dalle nostre confidenze. Prima che succeda, ti voglio ancora parlare. Tu torna presto per sapere . Ti aspetto,

tua, Persona Grata

Roma, 23 ottobre 2012

Aeroracconto , Fotodiario , Fotoracconti

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